Abused

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Exhibition view.
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Exhibition view.
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Exhibition view.
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Exhibition view.
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Cantiere Corpo Luogo apre le porte alla fotografia con la collettiva Abuse(d). Un gruppo di fotografi che cercano fuori e dentro di sé, per cui lo scatto non ho il solo scopo di catturare un esterno mediato dal filtro visivo della macchina, ma quello di indagare se stessi guardando l’esterno.

Fotografie del gruppo Nopoto: Diego Parolini, Nicola Montagner, Gianluca Loschi, Francesco Claudio Cipolletta, Nicola Girardi, Raffaele Bonivento.

L’idea di creare il progetto Nopoto arriva in un momento di grande dinamismo nel mondo della fotografia.
E’ questo un periodo storico in cui più che mai ogni artista o semplice appassionato tende a focalizzare i suoi interessi sul mezzo, anzichè sul contenuto. D’altro canto, per antitesi, ovunque nel mondo prendono piede movimenti che esprimono una visione diversa, imponendosi ad esempio di utilizzare mezzi semplici, popolari, poveri, coi quali realizzare immagini suggestive, ugualmente interessanti. è il caso della lomografia e del grande ritorno al foro stenopeico, la macchina fotografica elementare che ognuno può costruire da sè.

In questo panorama del tutto eterogeneo, fatto di contesti e idee multiformi, l’obiettivo di nopoto è la creatività, l’espressione. Chi fotografa per nopoto è motivato da sensazioni, da emozioni, tenta di esprimere dei concetti, oppure vuole negarli, affermarne il contrario, oppure non esprimere assolutamente nulla: il vuoto. Siamo convinti che il mondo, attraverso l’obiettivo, non sia affatto oggettivo, o descrivibile oggettivamente, nopoto guarda quindi questo mondo con gli occhi e con l’anima dei suoi membri e lo descrive in modo assolutamente soggettivo, parziale, senza pretese e senza estetismi imposti.

Abuse[d] è uno studio di Nopoto sulla violenza delle cose umane, perpetrata e subita. E’ uno sguardo verso immagini silenziose e stridenti che rappresentano incedere dell’uomo, una raccolta di sensazioni contraddittorie e di stimoli dolorosi. Nopoto prova a rappresentare il disagio esistenziale, proprio e altrui, attraverso una crisi estetica che rifuggendo la “bellezza” descrive un senso di deriva e conflitto. Con Abuse[d] la fotografia ritorna all’autore, si nega alla platea, si fa intima e sempre meno didascalica, senza l’illusione di dare risposte, ma solo fine a se stessa – e perciò liberatoria.