International Art Prize La Colomba

IN UN BATTITO D’ALI
Laura Aliprandi
Sara Sist

“Talvolta noi vediamo una nuvola prendere forma di drago;
talvolta un cirro la forma di leone o d’orso o di turrita cittadella o d’un aereo picco;
di forcuta montagna, di azzurri promontori vestiti d’alberi,
che fanno cenno colle chiome al mondo giù e ci illudono gli occhi con un gioco d’aria”.
WILLIAM SHAKESPEARE, Antonio e Cleopatra.

E’ passato meno di un anno da quando la semplice idea di organizzare un Premio per Artisti ha cominciato a diventare realtà. E’ stato durante una cena al ristorante La Colomba con il Dott. Cazzavillan, ammirando le opere appese alle pareti del ristorante, che abbiamo iniziato a conoscerne la storia.
Le sale del ristorante erano sfondo e la cornice che ci accompagnava nei discorsi. Alle pareti, infatti, sono tuttora appese le opere presentate nelle scorse edizioni del Premio. Artisti di tutto rispetto, da Guidi a Carrà, de Chirico e molti altri. Ricordo che un’opera in particolare ha attirato la mia attenzione. Si tratta di Campigli, le sue donne disegnate con tratti di pennello nero e bianco su una pagina di quotidiano dell’epoca. I tratti sono veloci, quasi abbozzati. Di una semplicità disarmante. E lì, attraverso i racconti di Lino Cazzavillan, che è stato testimone dei cambiamenti occorsi al ristorante negli ultimi decenni, nonché memoria storica delle vicende precedenti, abbiamo iniziato ad approfondire la storia delle vicende legate al luogo e alle personalità che lo hanno frequentato. L’assoluta singolarità, l’unicità del Premio è dato dalla semplicità dell’idea: un menù disegnato da artisti.

Tale idea non può che essere nata da una cena, dove sicuramente il tema di discussione era l’arte, gli artisti, il destino stesso degli artisti. Proprio come oggi è difficile vivere della propria arte per gli artisti, cosi immagino fosse anche cinquant’anni fa. Abbiamo poi ripercorso la storia e le vicende del locale, e in questa nostra ricerca è stato fondamentale l’incontro con con Katia Toso, autrice di una tesi dal titolo “Arturo Deana: un mecenate e collezionista a Venezia dagli anni trenta agli anni cinquanta“ (1996-97 Università degli studi di Udine), forse l’unico documento esistente sulla storia passata e le vicende del ristorante e alla quale abbiamo chiesto di scrivere un saggio per questo catalogo. Senza il suo prezioso aiuto, non saremmo riuscite a sapere le vicissitudini di un locale che così tanto ha influenzato il modo di fare arte a Venezia. Luogo di incontro di artisti, critici e collezionisti, questo era negli anni successivi al dopoguerra. Ora la situazione artistica è cambiata rispetto a quegli anni, anche il modo di fare arte è cambiato, gli artisti stessi e i collezionisti frequentano circuiti differenti.

Ma rimane la storia del Premio. E’ stata una sfida e un grande impegno organizzarne la nuova edizione, che non sarebbe mai stata possibile senza il sostegno del Dott.Cazzavillan. Lo sforzo organizzativo per dar vita nuovamente al Premio internazionale è stato notevole, difficile soprattutto confrontarsi con un passato illustre, ormai finito, concluso. Abbiamo scelto di presentare il bando nella sua versione storica, cioè della prima edizione del Premio nel 1953. Il numero di artisti che hanno partecipato è stato notevole, realmente al di sopra delle nostre previsioni ed aspettative. Artisti da ogni parte del mondo. Dal Cile al Canada, alla Cina, Stati Uniti, Messico, Indonesia, ma anche Giappone, Argentina, Bulgaria, Israele. Alcuni artisti hanno partecipato al Premio sfidando problemi che neanche possiamo immaginare. E’ il caso di un’artista israeliana che ha avuto difficoltà a spedire la propria opera a causa del conflitto interno al paese. Stesso problema ha avuto un’artista palestinese.

Una pluralità di partecipanti e di opere presentate con medium differenti: dal vetro alla pittura su tela, foto digitali, sculture in plastica vinilica (purtroppo fuori concorso), acquarello su carta di riso, tavola di legno dipinta e inserita in una casseruola da cucina, quest’ultima forse per richiamare meglio il legame arte-cucina, secondo le intenzioni dell’autore. Binomio ideale esplorato da una gran parte dei partecipanti. Opere che coinvolgono la realtà oggettuale quotidiana trasformata in realtà simbolica. Forchette, tovaglioli, piatti e bicchieri di plastica. E poi Colombe. Presentate in forma onirica, o simbolista, cubista, surrealista. Colombe abbozzate alla maniera dei pittori eclettici zen, colombe raggiste, espressioniste, fauviste. Colombe ricamate a mano, scomposte in elementi geometrici semplici, in legno; colombe fatte di sottilissimi fili di vetro oppure in fogli leggeri di sughero o anche con chicchi di riso.

Il compito della giuria non è stato semplice, non lo è mai. Sono stati decretati i vincitori dopo lunghe discussioni, avvenute sempre al ristorante La Colomba, ormai testimone muto di più di cinquant’anni di vitalità artistica della città. Raggiungere il verdetto è stato possibile grazie al giudizio del Presidente, Saverio Simi de Burgis, insieme al prezioso aiuto e sostegno di Riccardo Caldura, Guido Cazzavillan, Cristina Alaimo, Elena Agudio e Jean Blanchaert, insieme ai due membri nominati dal Consiglio della Fondazione Bevilacqua La Masa: Stefano Coletto e Marco Ferraris. Uno speciale ringraziamento è per Philippe Daverio, consigliere alla giuria. Ognuno dei membri della giuria è stato importante e merita una menzione e un ringraziamento speciali, non solo per la buona riuscita della decisione finale, ma anche per la mostra successiva e il catalogo che è la prima testimonianza scritta del Premio. Una sorta di documento scritto che racconta una produzione artistica “sotterranea”, dove gli artisti partecipanti sono per la maggior parte giovani. Forse anche per una sorta di influenza data dall’attività della Fondazione Bevilacqua La Masa e della Collettiva da loro presentata annualmente.

Questa vuole essere una breve riflessione che auspichiamo possa essere sempre sorretta da quella capacità rabdomantica di apertura al nuovo e di interpretazione delle trasformazioni della società odierna che è nello spirito della galleria 3D e che ora rappresenta l’imprinting migliore e più beneaugurate per questa nuova impresa. E quest’ultimo anno è trascorso velocemente, in un battito d’ali.

VOLA COLOMBA, VOLA
Philippe Daverio

Grande è il disordine sotto i cieli, la situazione è eccellente. Questa frase la scrisse un pensatore cinese recente prima di iniziare una lunga marcia non sapendo quanto sarebbe stata adatta alla situazione dell’arte negli albori del XXI secolo. Una volta c’erano colombe adatte a raccogliere artisti di immediata comprensione e quindi di immediato successo. Ve n’era una d’oro dalle parti della Costa Azzurra dove veniva regolarmente a colazione l’allegra truppa degli amici di Pablo Picasso. Ve n’era un’ altra più lagunare, non lontana dalla fenice, dove la mente geniale e forse l’abilità gastronomica del Deana, sicuramente la sua inclinazione alla convivialità, radunava da de Pisis a Sironi, da Campigli a de Chirico. Tutto ciò accadeva una volta, prima del mercato antropofago. Oggi il disordine regna, ai tavoli dei ristoranti il pensiero visivo sta calando. O forse è questa solo una impressione di chi, troppo distratto dai rumori della strada, non riesce percepire il rumore leggero del pensiero in crescita. Oggi il disordine regna, il che vuol dire che sono finite le scuole, che sono impossibili gli “ismi”, nessuno s’aggruppa più e per sempre e definitivamente i tavoli della Closerie des Lillas saranno destinati solo ai turisti; americani ieri, cinesi domani. L’arte all’apparenza si celebra solo nella retorica delle grandi inaugurazioni. L’arte s’è fatta l’ultima amenità d’un jetset distratto da eleganze stagionali. Eppure ci devono essere da qualche parte aree di resistenza civile inossidabili al cocktail letale di sushi e champagne. Eroica e degna di encomio è la colomba di Venezia che celebra con convinzione le virtù profonde dell’ombra di rosso o del bianchino collinare, che conosce ancora segreti arcani dei bigoi e sa tutto del saor. Che il saor non è soar, cioè acido come il sauer, ma saor è come sapor, che è quello della vita. Ed allora si capisce l’avventura pericolosa della ricerca nel campo della pittura, l’inclinazione al rischio di sbagliare e la probabile fortuna invece di non sbagliare affatto, stando con convinzione fuori dal conformismo banale.