Paura e zucchero

Le opere di Paolo Tait sono grandiose, inquietanti e bellissime. Sono il frutto di un pensiero libero e potente che non scende a compromessi con ciò che già esiste o è esistito come formula accettata dal tempo. Per lui la creatività inizia laddove s’ offusca la luce del giorno comune e sociale, dove la foresta tace e si insinua nella muta penombra del sottobosco. Lì inizia la possibilità del suo FARE. E’ una sintesi di gesto, pensiero ed emozione che manifesta i bottini delle sue scorribande al di là del nulla in opre tangibili, inizialmente di grafite e carta, eternamente contratte dall’ossessione della bellezza. Tait chiama i disegni che realizza a gesti potenti e nervosi nel vuoto, nel silenzio solitario del suo studio “tutti i disegni che ho perso”. Ciò che alla fine appare come presenza tangibile nelle sue opere esiste prima di tutto come forma cinetica, moto intimo deciso, piega dell’anima espressa dall’energia del corpo. La sua onestà intellettuale è assoluta. Non si stanca di cercare, di intraprendere la sua battaglia grandiosa e umile con la materia per farne uscire qualcosa che possa annichilire un poco l’angoscia che non lo abbandona mai: l’ossessione della bellezza, di ciò che lui chiama bellezza e non sa come venga percepito dagli altri. Le sue opere scrutano lo spettatore, lo frugano nell’anima: nel suo studio non è data la possibilità essere ipocriti, di sfuggire a un’esperienza profonda, di subire un cambiamento. Non ci si può negare; e lì si prova che l’arte quand’è verità si sente anche con la pancia con i piedi, con la schiena. Per Tait il dubbio è l’unica misura possibile dell’esistere. Le sue figure non sono totemiche e fisse ma vibrano dal nero profondo a tonalità trasparenti di grigio trattenute dal limite fisico della grafite. Ne esce una sorta di paura e zucchero. L’energia contratta negli svincoli dei suoi nodi, cifra di ricerca per lui fondamentale, sfida la resistenza del nostro intimo equilibrio

Paolo Tait
di Vittoria Coen

Se una costante si individua facilmente nel lavoro di Tait, questa è nella potenza del segno. Molti altri aspetti contribuiscono a precisare e ad arricchire questa connota­zione fondamentale, soprattutto relativi al­le modalità del gesto, alle variazioni, agli strumenti tecnici e alle direttrici formali che sono tutt’altro che univoche. Il segno ed il gesto che lo produce sono i due termini inscindibili di questa poetica. Ed è un caso, certo non unico, di complemen­tarietà molto stretta e tale da colpire a pri­ma vista, fra i più significativi che si sono notati in una certa area della pittura, europea e non europea, nell’ultimo mezzo secolo.

Certo, il gesto può diventare gestualità an­che molto teatrale, molto enfatica. Non mi sembra che sia questo il caso di Tait. C’è sempre, infatti, nel tratto forte e deciso an­che nell’aggressione, se vogliamo usare questo termine, della tela o della carta, un vigile senso della misura, come a sorve­gliare dall’interno un’impetuosità che non deve diventare eccessiva, come una cultu­ra dell’ autocontrollo. Vengono alla mente nomi illustri a secon­da che ci si soffermi su di un aspetto o su di un altro, Hartung, quando la linea è co­me sfogliata, Kline quando il tratto è più forte e marcato, e forse qualcun altro che condivide con Tait il fascino di un certo impatto drammatico.

Paolo Tait
by Vittoria Coen

If there is one thing that runs through Tait’s work, it is the power of the sign. A large number ofeiements go into this, par­ticuiariy the importance of gesture and vari ation, the techniques used and the va­riety of formai directives being followed. The sign and the gesture which produced it go hand in hand and are at the base of Tait’s poetics. By no means alone, the com­plementary nature of sign and gesture in Tait is nonetheless one of the most signif­icant exampies in the painting of the iast fifty years, in and outside Europe. Gesture may become somewhat the atri cai, rather emphatic. This does not seem to be the case with Tait. His gesture at the can­vas or on paper is strong, decisive, even aggressive if we want to use that term, but the re is an equally strong sense of mea­sure, as if impetuosity were being disci­plined. Tait is an artist of self-control. Certain famous names come to mmd de­pending on which part of Tait~s painting is being discussed: Hartung when lines are, as it were, flicked over Kline when they become more marked, others if we think about the dramatic element in Tait. It is ciear that the contamination or cross­fertilization of the concrete and abstract in an imaginary figurative art, is an mvi­tation to interpret what we see and read it.