In my place

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I lavori di Jerney sono ispirati al paesaggio, alle vedute come prospettive a volo d’uccello sui campi arati e perfettamente ordinati, dove l’occhio può stendersi e vagare fino alla linea estrema dell’orizzonte. La visione dell’artista è prospettica, tra i campi arati e ben delineati che raccontano la geometria ordinata e perfetta di filari d’alberi e steccati. Il colore è quasi puro, vivo, di una natura sfolgorante. I toni sono i bruciati della terra, i blu del cielo e dell’acqua. A volte il colore si addensa e crea forme astratte, delineando i contorni di forme altre, diverse, come turbamenti dell’ordine naturale, incomprensibili elementi disturbatori.

“É l’idea del mondo che arriva alla sua fine, l’idea che ormai sembra prossima a divenire realtà a causa dello sfruttamento sistematico delle risorse naturali, che inevitabilmente conduce al loro esaurimento. Il mito dell’industria globale, oggi irresistibilmente diffuso, può essere considerato definitivamente corrotto e fallimentare”. Questo spiega l’artista. Sono presentati nell’esposizione i black boxes, dipinti a olio in dimensioni ridotte, 14×14 cm, che rappresentano ampie distese naturali in miniatura. Inoltre le light boxes, stampe su vetro satinato e retro illuminate, riposanti come i paesaggi dai toni azzurri o molto crude e realistiche, come l’immagine risultato dello sfruttamento inconsulto del territorio: la morte di un cucciolo di gatto.

“É vero che si stanno adottando compromessi e soluzioni temporanee ma la logica dello sviluppo appare sostanzialmente inarrestabile, e flebili le speranze di introdurre gradualmente il concetto di un economia il cui impatto sia realmente sostenibile”.

I dipinti di Jerney sono spesso di dimensioni notevoli, atte a colpire, “a sensibilizzare il pubblico intorno a problemi specifici ma mantenere vitale la capacità di leggere e apprezzare, in generale, la verità e l’equilibrio che la natura e la storia consegnano al umanità”, usando le sue parole. Finestre.  Spazi sconfinati, orizzonti rarefatti. Al di là, non si può fare a meno d’immaginare un mondo che divora, una materia rotolante. L’idea del mondo che arriva alla sua fine. Geometrie astratte e dilatate, rappresentazioni primordiali dell’ordine del mondo: acqua, aria, terra, fuoco. Chiamatela pure strategia territoriale di sopravvivenza. L’archetipo è un luogo surreale, corrotto dall’uomo, abbandonato dopo un effimero gioco da demiurgo. Il punto focale, il confine profondo, è l’inconscio. L’obiettivo è riconquistare un futuro. Verità, ordine, equilibrio: anche nel luogo più corrotto un’idea maieutica dell’arte può ritrovare i valori primordiali dei lineamenti del mondo, farli emergere dall’inconscio. Azioni immediate e veloci. Consapevoli, responsabili. L’arte è pur sempre un’arma, e forse delle più intelligenti. Immagini piene di speranza nella loro enigmatica disgregazione cromatica. Uno sfuggente senso di disagio: la nausea presuppone l’amore. Empatia. Un artista che taglia, ritaglia, ricompone… Forbici: nomina sunt homina. Finestre sul mondo.

Guillermo Gonzales: Scrittore e cantante, è leader del gruppo Mothercare

“ I grandi paesaggi di Jerney costituiscono l’ultimo sviluppo di una ricerca pittorica che da almeno due anni approfondisce le tecniche della rappresentazione dell’ambiente, introducendole sistematicamente a una lettura più complessa e a prospettive di indagine più articolate e più ardue. Il referente icastico, nella sua corposa evidenza non si ricompone attraverso i segmenti della veduta soggettiva, ma si nutre del flusso ondivago dei processi della memoria da cui traspaiono le immagini che evocano luoghi, atmosfere, colori. Il centro narrativo della rappresentazione di Forbici conduce alle terre di Halda, tra le campagne slovene, sede di una discarica parzialmente dismessa. La natura in questo luogo assurdo si produce in uno stato placido con l’intervento dell’uomo, che, come in palinsesto che rinnova la destinazione e riscrive i confini, traccia strade e sentieri, disegna geometrie tra i campi coltivati, linee di cipressi e palizzate, circonferenze di recinti in disuso. Questo senso di trasformazione perenne, questo riaffiorare di vestigia del passato recente, attraverso il succedersi delle stratificazioni informa profondamente la pittura di Forbici che rileva i processi metabolici della memoria dei luoghi come eco allegorica delle mutevoli forme con cui la sua terra si riappropria degli elementi che ne modellano la superficie. Ne risulta una pittura imponente, che suggerisce una multidirezionalità di lettura attraverso intersezione di dense masse cromatiche e di piani prospettici lineari. I punti di fuga sempre espliciti tra campiture frastagliate e velature composite,delineando l’immagine di luoghi determinati rimandano a una visione oggettiva il cui centro, tuttavia viene progressivamente trasformato e incessantemente moltiplicato.”

Carlo Di Raco: Docente presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia.