Universale. Limite

Quinto appuntamento presso la 3D Gallery di Venezia Mestre con la rassegna UNIVERSALE, progetto di ricerca ideato e curato da Adolfina De Stefani, in collaborazione con Mismomatic e Segnoperenne.it, come osservatorio sulle tendenze del contemporaneo, focalizzato sul plurilinguismo e sul necessario scambio di saperi propri del particolare momento storico e artistico.

Il ciclo di incontri vuole infatti riallacciarsi idealmente al tema della 55° Biennale di Arte Contemporanea di Venezia divenendo, nel microcosmo dello spazio espositivo e dell’eterogeneità degli eventi che in esso verranno ospitati, metafora del Palazzo Enciclopedico profetizzato dall’artista Marino Auriti e dell’utopia di un luogo immenso e complesso, tempio del fare arte e del produrre spunti di culture condivisibili.

Sabato 05 ottobre 2013 (inizio ore 19.00, con presentazione critica a cura di Gaetano Salerno) lo spazio espositivo ospiterà la personale LIMITE di Annamaria Gelmi.

Annamaria Gelmi sarà presente con alcuni significativi lavori della sua produzione più recente, monumentali sculture di fiori e un video sul tema delle montagne, scelti dall’artista e dalla curatrice per intercettare e parafrasare gli stessi concetti di universalità e assolutezza, leitmotiv di questo ciclo di eventi espositivi, la cui ricerca, declinata nell’utilizzo di linguaggi puri ed essenziali e posta al limite tra terra e cielo, tra temporalità e spiritualità, caratterizza da sempre il percorso dell’artista.

Annamaria Gelmi nasce a Trento. La ricerca artistica la conduce rapidamente a staccarsi dalla pratica accademica in direzione di una figurazione improntata all’essenziale,l fino all’astrazione geometrica. Le prime opere sono caratterizzate da figure femminili che emergono da sfondi monocromi essenziali.

A metà degli anni Settanta abbandona però il figurativo in favore di elementi geometrici essenziali, iniziando una sperimentazione con materiali quali il plexiglas e il metacrilato le cui trasparenze consentono di scomporre luminosità e colore, creando giochi di luce ed ombra.

Negli anni Ottanta avvia la composizione dei libri d’artista; nello stesso periodo si allontana dal lavoro minimalista in bianco e nero per tornare al colore, con lavori vicini al figurativismo astratto, con forme architettoniche disarticolate in frammenti che rappresentano immagini della memoria. Negli anni Novanta le architetture si semplificano nella forma fino a diventare un richiamo simbolico, caricandosi di colori più forti e spesso valorizzate dall’oro.

I labirinti diventano un mondo in cui l’uomo si perde, le porte e le soglie per individuare ed esplorare nuove dimensioni. Il processo di semplificazione delle forme continua con i perimetri, porzioni di labirinti che spesso sono riconducibili a piante di chiese a croce latina o a croce greca. Anche nelle sculture in ferro, arricchite poi da elementi in pietra, è evidente la ricerca di una spazialità in cui la figura dell’uomo è assente e gli elementi creano dialoghi con lo spazio.

Nel 2006, inizia la sua produzione di fiori, sempre nel solco di una ricerca, non ancora interrotta, di essenzialità delle forme.

Nella lunga produzione puntuali sono stati i richiami figurativi, come i fiori, le montagne o le croci, in una rielaborazione continua delle forme, ben evidenziata dal lungo percorso espositivo, in importanti personali e collettive, compiuto dall’artista in oltre quarant’anni di carriera. L’artista vive e lavora oggi tra Trento e Milano e i suoi lavori sono presenti in importanti collezioni museali.

Scrive dell’artista Gaetano Salerno nel testo critico La Montagna negata:
“ […] Negare la montagna attraverso un segno forte, deciso, eterno; il bianco non lascia spazio ai ripensamenti, l’azione è unidirezionale, senza ritorno; ignorarne visivamente le dorsali e le creste, gli avvallamenti che spingono con forza in nostro sguardo verso il basso, le eloquenze ornate ed arzigogolate delle loro superfici barocche che si contorcono e si inerpicano verso altitudini sempre limitate e limitanti, realizzando superfici enfatiche ed eccessive, significa inoltre assecondare una spinta alla semplificazione linguistica, alla stilizzazione, propria dell’artista, da sempre alla ricerca di forme pure di comunicazione, essenziali ed immediate.
Negare la montagna, eliminarne l’ ingombrante presenza dalla camera prospettica dell’opera e contemporaneamente dallo sguardo significa decostruire e ricostruire il proprio territorio mentale, svincolandosi dalla scomoda pesantezza dell’elemento roccioso per vivere una dimensione più alta, oltre i suoi crinali che non rappresentano più la fine del mondo terreno e tangibile ma casomai l’inizio di un mondo più eterno della roccia stessa, più grande della roccia stessa, più maestoso della roccia stessa che è il Cielo.
Superare così quel limite, confine tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, elevarci oltre le alte cime verso le alte sfere per dirigerci ancora più lontani dai limiti posti dalla nostra perfettibile natura terrena, rappresenta l’inizio di un viaggio di conoscenza e di esplorazione realmente improntato all’universalità, allo sconosciuto. L’azione artistica di Annamaria Gelmi si focalizza così sull’analisi di sentimenti che prescindono dalla sfera della propria e della nostra umanità, cercando spiegazioni e risposte la cui valenza è rafforzata dall’ignorare la Porzione per rivolgersi al Tutto”.